
Il 22 settembre, durante l’Assodigit Business Hub di Rome Future Week, abbiamo organizzato insieme ad Hastega il Vibe Coding Forum.
Avevamo scelto di affrontare il tema partendo non dagli strumenti, ma dalle conseguenze per le imprese: pricing, organizzazione, competenze, ruolo degli sviluppatori e sostenibilità dei modelli di business.
Un confronto aperto tra imprenditori del settore software, costruito attorno a domande concrete e non a risposte preconfezionate.
A un mese di distanza, abbiamo portato avanti lo stesso percorso in Toscana.
Il 21 ottobre siamo stati infatti a Lucca, insieme ad Hastega, per partecipare all’ICT Company Summit di SIIDRO, ospitato al Polo Tecnologico Lucchese, insieme a imprenditori, manager, software house, startup e professionisti del territorio.
Anche questa volta abbiamo scelto di partire dalle domande.
Dallo sviluppo software al modello di impresa
L’intelligenza artificiale sta rendendo sempre più veloce la produzione di codice, documentazione e prototipi.
Ma uno degli elementi emersi con maggiore chiarezza durante la tavola rotonda è che il cambiamento non riguarda più soltanto lo sviluppo.
Se il codice smette progressivamente di essere il principale collo di bottiglia, i problemi si spostano altrove: sulla capacità di comprendere il bisogno del cliente, sull’organizzazione interna, sulla qualità delle decisioni, sulla verifica degli output e sulla capacità dell’azienda di trasformare maggiore produttività in valore.
Uno dei temi emersi con maggiore forza riguarda proprio le persone.
Fino a pochi anni fa una delle principali difficoltà per una software house era trovare sviluppatori qualificati. Oggi diverse aziende stanno invece rallentando o ripensando le assunzioni, mentre cresce la domanda di figure capaci di governare strumenti AI, comprendere i processi del cliente e verificare il lavoro prodotto dagli agenti.
Il tema, però, non può essere ridotto alla semplice sostituzione delle persone.
Durante il confronto è emerso come seniority, conoscenza del dominio e capacità di controllo possano acquistare ancora più valore in un contesto nel quale una parte crescente dell’operatività viene automatizzata.
Allo stesso tempo resta aperta una questione importante: se diminuisce l’ingresso di figure junior, come verranno formati i professionisti senior di domani?
Il valore si sposta dal codice alla conoscenza
Un altro passaggio centrale della discussione ha riguardato il valore del software.
Se diventa sempre più semplice replicare funzionalità, sviluppare nuovi prodotti o costruire applicazioni, il vantaggio competitivo non può dipendere soltanto dal codice.
Durante il confronto è emersa una direzione precisa: il valore si sposta sempre più verso il dominio, la conoscenza aziendale, le relazioni e la capacità di trasformare quel patrimonio in processi e prodotti difficili da replicare.
Il software, in alcuni casi, rischia di diventare più simile a una commodity; ciò che distingue un’azienda è allora la conoscenza che riesce a incorporare nei propri strumenti e il modo in cui riesce a utilizzarla per risolvere problemi specifici.
È anche da qui che, durante l’incontro, è emerso più volte il concetto di Company Brain: un patrimonio aziendale strutturato che non contenga soltanto dati, ma anche processi, esperienza e conoscenza, e che possa dialogare con modelli e agenti diversi.
Un approccio particolarmente rilevante nelle aziende in cui una parte significativa del know-how è ancora custodita nelle persone e rischia di andare perduta quando queste lasciano l’organizzazione.
Dal “make or buy” a nuovi equilibri
L’AI sta modificando anche una delle decisioni più tradizionali delle aziende: sviluppare internamente oppure acquistare una soluzione esistente.
Tempi e costi di sviluppo più bassi rendono oggi sostenibili progetti che fino a pochi anni fa sarebbero stati difficili da giustificare.
Questo non significa che ogni azienda inizierà a costruire internamente ERP, CRM o software verticali.
Significa però che il confine tra ciò che conviene acquistare e ciò che conviene realizzare sta diventando molto più mobile.
Durante il tavolo abbiamo discusso anche di come l’AI possa progressivamente “erodere” parti dei software tradizionali: un’azienda può partire da un’esigenza molto specifica e, aggiungendo nel tempo nuove funzionalità, costruire progressivamente un proprio asset digitale.
Per i vendor questo significa interrogarsi non soltanto sul prodotto, ma sul proprio ruolo futuro e sulla capacità di aprire piattaforme, integrare agenti e costruire valore attorno alla conoscenza e ai servizi.
Più automazione significa anche più responsabilità
Un altro tema emerso riguarda il controllo.
La diffusione degli agenti AI introduce sistemi capaci non soltanto di suggerire, ma anche di eseguire azioni.
Una larga parte dei partecipanti ha indicato nel principio dello human in the loop una delle risposte attuali: competenze, permessi, ambienti controllati e approvazione umana prima delle azioni più critiche.
Ma anche questo equilibrio potrebbe cambiare rapidamente.
Se gli agenti diventeranno più autonomi e affidabili, sarà necessario ridefinire responsabilità, processi di verifica e persino alcuni aspetti del rapporto contrattuale tra cliente e fornitore.
Durante la discussione è emersa anche una domanda oggi ancora aperta: fino a che punto la responsabilità di un software potrà continuare a essere attribuita integralmente al fornitore quando una parte sempre maggiore delle attività sarà svolta da sistemi autonomi o semi-autonomi?
Sicurezza, dati e dipendenza dai grandi modelli
Nella parte finale del confronto siamo entrati sul tema della sicurezza.
La crescita degli agenti rende centrale capire dove vengono elaborati i dati aziendali, quali informazioni vengono condivise con i provider e quanto le imprese vogliano dipendere da piattaforme esterne.
Abbiamo discusso di architetture locali, modelli open source, soluzioni ibride e della possibilità di costruire agenti proprietari alimentati dalla conoscenza specifica dell’azienda.
Un tema che non riguarda soltanto privacy e compliance, ma anche competitività: un agente costruito sulla conoscenza esclusiva di un’impresa può diventare un asset difficilmente replicabile dai concorrenti.
Parallelamente cresce la necessità di interrogarsi sulla sicurezza del codice generato, sulle azioni eseguite dagli agenti e sulla capacità delle organizzazioni di governare sistemi sempre più autonomi.
Nessuna risposta definitiva, ma una direzione chiara
Il confronto di Lucca non aveva l’obiettivo di arrivare a conclusioni definitive.
E probabilmente sarebbe stato impossibile farlo.
Le stesse domande che oggi poniamo alle aziende potrebbero avere risposte molto diverse tra sei o dodici mesi.
È proprio questa velocità a rendere necessari momenti di confronto tra chi queste trasformazioni le sta vivendo direttamente.
Nella conclusione dell’incontro, la maggior parte dei partecipanti ha comunque indicato una visione positiva del futuro: non l’idea che nulla cambierà, ma la consapevolezza che imprese e professionisti dovranno evolvere insieme alla tecnologia.
Un percorso che continua
L’ICT Company Summit di Lucca rappresenta per noi una seconda tappa di un percorso iniziato a Roma il 22 settembre insieme ad Hastega.
Prima il Vibe Coding Forum all’interno dell’Assodigit Business Hub, poi il confronto con le aziende toscane durante SIIDRO.
Due territori, aziende diverse e un tema comune: comprendere come l’intelligenza artificiale stia modificando non soltanto gli strumenti utilizzati dalle imprese ICT, ma il loro stesso modo di creare valore.
È un percorso che vogliamo continuare, creando nuove occasioni di confronto tra imprese, competenze ed esperienze diverse, soprattutto sui temi sui quali oggi non esistono ancora risposte definitive.
Guarda la Gallery























