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Un rischio reale, una sfida di governance
Nel cuore della trasformazione digitale che attraversa l’industria della mobilità, il Pink Mobility Day ha messo a fuoco un punto decisivo: come prevenire la discriminazione artificiale mentre l’intelligenza artificiale entra nei processi chiave di aziende e organizzazioni. La quinta edizione dell’evento, promossa a Milano da LabSumo con la partecipazione dell’Associazione di fleet e mobility manager Best Mobility e di Bt Lounge, ha avuto il patrocinio di ANIASA, GBTA Italia, UNRAE e Valore D. Tre talk hanno indagato l’impatto dell’AI sulla rappresentazione del lavoro, sui processi di selezione e sulle attività quotidiane in azienda, evidenziando come i bias possano nascere dai dati e radicarsi nelle prassi se non governati con trasparenza e inclusione.
Ad aprire i lavori è stata Raffaella Tavazza, vice Presidente ANIASA, che ha richiamato il settore a una leadership responsabile: “L’adozione sempre più diffusa dell’AI sta indubbiamente ridefinendo i processi decisionali nelle aziende, ma porta con sé un rischio concreto: quello di incorporare e amplificare bias già presenti nei dati e nelle organizzazioni. Per questo è fondamentale sviluppare modelli trasparenti, basati su informazioni consapevoli, guidati da leadership che sappiano orientare la tecnologia verso equità e inclusione. In un settore come l’automotive, storicamente sbilanciato nella rappresentanza, questo tema è ancora più urgente. Negli ultimi anni abbiamo però visto segnali positivi: la presenza femminile nei ruoli apicali sta crescendo e la mia nomina come Vice Presidente ANIASA, prima donna nel Consiglio Generale, va proprio in questa direzione. È la prova che il cambiamento è possibile, a patto che continuiamo a governare l’innovazione con responsabilità e visione.”.
Adozioni in crescita e genAI oltre l’hype
Il quadro tracciato dall’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano conferma una maturità tecnologica in accelerazione: il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno una sperimentazione in AI, mentre il 53% delle grandi e grandissime aziende ha acquistato licenze di strumenti di genAI per la produttività personale. Un dato che pone l’Italia davanti a Francia (42%), Germania (43%) e Regno Unito (45%), segnale che il Paese sa cogliere con rapidità le opportunità dei nuovi modelli generativi.
Nataliia Roskladka, Ricercatrice Senior dell’Osservatorio, ha invitato a leggere questi numeri con lucidità, andando oltre il vantaggio immediato della velocità: “L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo di lavorare nelle imprese italiane. I dati mostrano un forte interesse verso l’AI generativa come leva di innovazione e produttività, ma è importante guardare oltre le promesse di ‘tempo risparmiato’. Secondo diversi studi, l’AI non necessariamente riduce il carico di lavoro: al contrario, tende a intensificarlo, spingendo i lavoratori a fare di più, in più ambiti e spesso per più tempo, senza ridurre davvero lo sforzo complessivo. Questo ci invita a riflettere non solo sulle tecnologie in sé, ma su come vengono integrate nei processi e nelle culture aziendali: l’obiettivo non dovrebbe essere solo aumentare la produttività, ma anche capire come gestire responsabilmente il lavoro che ne deriva, per evitare carichi insostenibili e promuovere un uso dell’AI che sia efficace e sostenibile.”
Per l’automotive, ciò significa collegare l’adozione di algoritmi in ambiti come vendite, post-vendita, selezione del personale, gestione flotte e servizi di mobilità con metriche di impatto umano e organizzativo: produttività sì, ma mai disgiunta da qualità del lavoro e pari opportunità.
Benessere tecnologico e inclusione al centro
Sul versante del benessere percepito, la fotografia scattata da Valore D è chiara e, per molti versi, incoraggiante. Ivano Montrone, Community Manager dell’associazione, ha ricordato che la maggioranza degli italiani legge il progresso tecnologico come un fattore abilitante, ma chiede garanzie etiche e trasparenza: “I dati dell’Osservatorio D di Valore D sul benessere tecnologico ci dicono che l’84% degli italiani considera lo sviluppo tecnologico un fattore che semplifica la vita e migliora l’accesso a informazioni e servizi, con una percezione condivisa da tutte le generazioni. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale è ormai trasversale: quasi il 70% degli over 55 la usa per informarsi e approfondire, mentre il 50% dei laureati la impiega per potenziare performance lavorative e di studio. Accanto alle opportunità, emergono però limiti legati a bias, stereotipi, etica e trasparenza. Per questo crediamo che l’AI non sia uno strumento neutro o “pronto all’uso”, ma una leva di trasformazione culturale e di governance: per diventare davvero AI-driven, le imprese devono integrare obiettivi di equità e inclusione nei processi decisionali, facendo della tecnologia un’occasione per mettere al centro le persone”.
Tradotto nel perimetro della mobilità e dell’automotive, l’imperativo è costruire sistemi che apprendano dai dati senza replicare squilibri storici, specialmente in aree sensibili come il recruiting, la valutazione delle performance, il pricing assicurativo, la sicurezza dei veicoli e la pianificazione delle flotte. La traiettoria virtuosa passa da poche ma essenziali mosse di etica applicata:
- Audit dei dati e dei modelli per individuare e correggere bias prima del rilascio.
- Spiegabilità e trasparenza nelle decisioni automatizzate, con documentazione accessibile alle funzioni di controllo.
- Human-in-the-loop nei passaggi critici, in particolare per selezione, promozioni e customer care.
- Metriche di equità integrate nelle KPI di business e revisioni periodiche delle prestazioni dei modelli.
- Formazione continua per manager e team su uso responsabile dell’AI e impatti organizzativi.
Solo così l’innovazione rimane un volano di competitività e inclusione, capace di generare valore misurabile per imprese, lavoratrici e lavoratori, e per l’intero ecosistema della mobilità. La tecnologia, quando è guidata da principi chiari e da una governance consapevole, non sostituisce il giudizio umano: lo potenzia, riducendo errori, costi e tempi, e soprattutto ampliando l’accesso a opportunità e servizi.