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Perché misurare il divario di competenze conta
Il divario tra le competenze richieste dal mercato e quelle disponibili in azienda è un nodo strategico per ogni funzione HR. L’evoluzione tecnologica e i cambiamenti del lavoro hanno amplificato il “mismatch”, che oggi tocca tanto le competenze tecniche quanto le soft skill come comunicazione, collaborazione e leadership. Le conseguenze sono concrete: calo di produttività, minore innovazione, costi più alti in selezione e un turnover difficile da gestire. In questo scenario, le procedure di assessment comportamentale offrono una leva decisiva perché aiutano a identificare con precisione il gap tra abilità richieste e comportamenti agiti, orientando piani di formazione mirata e scelte di people management. Un beneficio aggiuntivo è la possibilità di individuare competenze non utilizzate, riorganizzando ruoli e processi per ridurre il rischio di uscite indesiderate.
Con una prospettiva maturata in oltre quindici anni sul campo, Carolina Bussadori, HR and organizational consulting ed esperta di consulenza comportamentale, sintetizza così il valore del metodo: l’assessment non si limita a segnalare ciò che manca, ma misura lo scostamento tra tendenze comportamentali della persona e richieste del ruolo nella specifica realtà organizzativa, quantificando anche lo sforzo necessario per colmare il divario. Non è un dettaglio: non basta dire “manca assertività”, è cruciale stimare il dispendio energetico che l’allenamento di quella soft skill richiederà alla persona.
PDA Assessment: oggettività, sviluppo mirato e retention
Tra gli strumenti più utilizzati da Bussadori c’è il PDA Assessment, adottato in Italia dal 2010. Si tratta di un’analisi comportamentale con validità e affidabilità scientifica che non misura intelligenza o performance, ma le tendenze comportamentali con cui un individuo risponde alle situazioni lavorative. Il questionario è rapido, al massimo 20 minuti, e genera insight utili e condivisibili, attenuando l’influenza dei bias umani e offrendo un linguaggio comune nelle decisioni su talenti, sviluppo e team. Le aree indagate includono:
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Stile naturale e operativo: come la persona agisce, reagisce allo stress e dove esprime maggiore efficacia.
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Comunicazione e relazione: preferenze di interazione, negoziazione e gestione dei conflitti.
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Intelligenza emotiva comportamentale: gestione delle emozioni e lettura del contesto.
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Leadership e vendita: modalità innate e allenate di influenza.
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Motivazioni e leve decisionali: ciò che spinge all’azione, cruciale per la retention.
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Compatibilità comportamentale: allineamento con ruoli, competenze e dinamiche di team.
Questa oggettività consente di progettare percorsi di coaching e formazione sostenibili, calibrati sul costo energetico della persona e sulle priorità dell’organizzazione. L’impatto sulla retention è tangibile lungo tre direttrici: massimizzazione dell’engagement quando il ruolo consente di usare gli stili naturali; riduzione dei conflitti grazie alla diffusione dei profili e alla “doppia consapevolezza” dei team, in cui la modalità “frontale” o “diretta” di un collega è letta come tratto e non come attacco; piani di sviluppo che fanno percepire al talento che “ne vale davvero la pena”.
Tra AI e scienza comportamentale: verso team più agili
Guardando avanti, il mercato del lavoro premierà agilità comportamentale e una leadership di nuova generazione. Le skill chiave comprendono una mentalità di anticipazione (Anticipatory Thinking), l’apprendimento continuo e il disapprendimento (Unlearning), la curiosità strategica e analitico-creativa per porre le domande giuste nell’era dei dati, e una leadership empatica e facilitante capace di ascoltare, delegare e far crescere i team. In questo percorso, la sinergia tra AI e scienza comportamentale è destinata a potenziare le decisioni HR: l’AI, alimentata da dati oggettivi di assessment, diventa un motore predittivo e diagnostico in grado di identificare pattern di performance, turnover e dinamiche di team, fornendo il “cosa” sta per accadere (ovvero il dato statistico). Resta però centrale la responsabilità umana: il dato diventa azione soltanto attraverso l’interpretazione etica e competente di coach e consulenti.