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Auto europee tra energia, Cina e transizione: serve pragmatismo

Il Disruption Index di AlixPartners fotografa un’auto europea sotto pressione tra costi energetici, regole sull’elettrico e concorrenza cinese. Collaborazione e AI le leve.

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L’auto resta l’industria più colpita dalla disruption

L’automotive mantiene il poco invidiabile primato di settore globale più disrupted, secondo il Disruption Index di AlixPartners, basato sul sentiment di 3.200 ceo e top manager nel mondo. In Europa, il 2025 ha segnato vendite per circa 18,7 milioni di veicoli (inclusi i commerciali leggeri) a fronte di una produzione di 17 milioni di unità e di una capacità teorica intorno ai 28 milioni. In un business ad alta intensità di ingegneria e capitali, con cicli di sviluppo che si accorciano ma restano lunghi, questo divario mette a rischio la sostenibilità economica dell’intero ecosistema.
La fotografia è ancora più nitida se inserita in un contesto di volumi stagnanti e concorrenza in crescita, inclusi i player cinesi, oggi tutt’altro che «invasori» ma sempre più presenti. A complicare il quadro c’è il “fuoco amico” di una transizione all’elettrico percepita come coercitiva, spinta da sanzioni miliardarie ma priva di diversi fattori abilitanti: interesse dei clienti, infrastrutture di ricarica adeguate, sostenibilità economica dei modelli. I prezzi restano ben sopra il pre‑Covid e, sul fronte elettrico, i valori residui risultano depressi rispetto alle equivalenti ibride a combustione.

Pressioni esterne: energia, guerre e materie prime

La guerra in Medio Oriente e la fiammata inflattiva su energia e carburanti hanno colpito un nervo scoperto per l’Europa, e in particolare per l’Italia. Si tratta di shock rapidi la cui normalizzazione richiederà tempo: le filiere energetiche danneggiate non si ricostruiscono in poche settimane e l’equilibrio futuro potrebbe non coincidere con quello passato.
Nel frattempo, la catena del valore fa i conti con la dipendenza da materie prime: in un’auto media trovano posto circa 200 kg di alluminio e il più grande produttore fuori dalla Cina (Aluminium Bahrain – Alba) è localizzato proprio in Medio Oriente. La plastica – terzo componente per peso – è legata a doppio filo al prezzo del petrolio. Il risultato è un contesto che riaccende quel “deserto dei profitti” di cui si parlava già nel 2019, mitigato però da una liquidità iniziale elevata accumulata dopo quattro anni molto positivi, in cui l’EBIT è passato dal 9% del 2023 al 4,5% nel 2025, con prospettive di ulteriore pressione anche per la minore profittabilità del mercato cinese, oggi «self served» dai produttori locali.

Tra Cina, regolazione e AI: le mosse per tornare competitivi

Il baricentro dell’innovazione si è spostato in Cina: ADAS, batterie, materie prime critiche, infotainment e software‑defined vehicle. Collaborare con fornitori, partner e persino concorrenti cinesi è ormai un must. La traiettoria è evidente anche nelle fabbriche: tra il 2022 e il 2028 sono previste (e in parte già realizzate) 19 nuove aperture di siti produttivi cinesi in Europa, mentre i fornitori europei hanno registrato una chiusura netta di 36 stabilimenti. In parallelo, le disruption di questi anni hanno allenato i costruttori migliori a gestire l’eccezionalità come normalità, costruendo resilienza operativa e capacità di esecuzione.
Per tornare a crescere serve una spinta regolatoria più pragmatica – obiettivi rilassati quando necessario, contenuto locale e infrastrutture – che consenta di sviluppare prodotti allineati alle reali esigenze dei clienti, con massima pressione su costi ed efficienza. Evitare “battaglie perse” (come quella sulle batterie) e puntare dove l’Europa può ancora esprimere un vantaggio competitivo diventa cruciale. In questo quadro, la collaborazione con l’industria cinese offre lezioni preziose: strutture più snelle fino a un terzo dei costi in meno e cicli di sviluppo due o tre volte più rapidi, anche grazie all’adozione massiva dell’intelligenza artificiale. Per l’ecosistema europeo, l’AI può diventare la leva per accelerare progettazione, validazione e industrializzazione, riducendo il time‑to‑market e migliorando la qualità. L’importante è farlo con criteri etici e trasparenti – dalla gestione dei dati alla sicurezza funzionale – in modo da rafforzare la fiducia di clienti e istituzioni e trasformare la discontinuità in vantaggio competitivo.

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