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Un patrimonio industriale che conta
La filiera italiana della componentistica auto si conferma un asset strategico per l’Europa e un valore economico e sociale per il Paese. Secondo l’ultimo Osservatorio sulla componentistica automotive italiana e sui servizi per la mobilità 2025 di Anfia, il settore riunisce 2.134 imprese e circa 168.000 addetti, con un fatturato complessivo stimato a 55,5 miliardi di euro nel 2024. Dopo una serie di esercizi positivi, lo scorso anno ha segnato una contrazione dei ricavi del 6,0%, riflesso di un contesto macroeconomico e geopolitico sfidante ma non sufficiente a intaccare la capacità di reazione del comparto.
Nel dettaglio, i cali più marcati hanno coinvolto fornitori di moduli e integratori di sistemi (-8,2%), specialisti (-7,0%) e subfornitori di lavorazioni (-6,8%). In controtendenza, due nicchie ad alto valore: motorsport (+1,2%) e aftermarket (+0,6%). Una tenuta che poggia su un tessuto industriale fortemente specializzato e su una proprietà ancora radicata: il 44% delle aziende è a conduzione familiare, mentre la struttura societaria vede indipendenti al 61%, realtà in gruppi esteri al 19% e in gruppi italiani al 20%.
Specializzazione, territori e collaborazione
La geografia della componentistica resta concentrata nel Nord-ovest, con un baricentro produttivo e di competenze che fa del settore un riferimento europeo per flessibilità e qualità. La distribuzione regionale più rilevante è la seguente:
- Piemonte: 33,6% delle imprese
- Lombardia: 27,0%
- Emilia-Romagna: 10,5%
- Veneto: 9,0%
- Campania: 3,4% (le altre regioni sono sotto il 3%)
Il settore mostra una spiccata propensione alla collaborazione, particolarmente viva nei poli storici: Piemonte 61,7% e Lombardia 50,0%, seguite da Emilia-Romagna 29,1% e Veneto 26,5%. Anche le classi dimensionali sono diversificate e stabili: la fascia tra 10 e 49,9 milioni di euro di fatturato resta la più rappresentata (34% dal 2022), le imprese fino a 2 milioni oscillano e si riassestano al 17% nel 2024, mentre le aziende oltre 50 milioni raggiungono il 20%.
La specializzazione travalica l’auto e intercetta altri mercati: tra le destinazioni extra-automotive, il settore “due ruote” pesa per il 22%, confermando la versatilità dell’offerta italiana lungo le catene del valore adiacenti.
Neutralità tecnologica e spinta al digitale
La filiera applica nei fatti la neutralità tecnologica, presidiano piattaforme termiche e soluzioni di nuova generazione. Il 38,2% delle imprese è attivo nella catena di valore dei motori a combustione interna (dai basamenti a bielle e pistoni), mentre il 18,5% produce componenti per veicoli elettrici e infrastrutture di ricarica. Restano più contenute le quote su Gpl/Metano (6,9%) e su fuel cell a idrogeno (6,0%). In crescita il peso del digitale: l’8,6% sviluppa hardware e software per veicoli connessi e autonomi, mentre i servizi di mobilità smart con supporto satellitare coinvolgono il 3,7% del campione.
L’innovazione resta il vero moltiplicatore di competitività: il 79% delle imprese ha introdotto almeno un nuovo prodotto o un’innovazione di processo nel triennio 2022–2024. Nel dettaglio, il 40,2% ha lanciato esclusivamente nuovi prodotti per il proprio mercato, mentre il 40,6% ha rinnovato quelli esistenti. In questo quadro, tecnologie digitali e intelligenza artificiale rappresentano leve decisive per qualità, efficienza e sicurezza: un’adozione che, in ottica Assodigit, deve essere responsabile, trasparente ed etica, a beneficio dell’intera catena del valore.
Export in tenuta e nuovi orizzonti internazionali
Nonostante la frenata congiunturale, l’apertura ai mercati esteri resta solida. Nel 2024 il valore delle esportazioni di componenti ha raggiunto 24,6 miliardi di euro (-3,1%), pari a circa il 4% dell’export italiano complessivo; le importazioni sono scese a 17,8 miliardi (-8,7%), per un saldo commerciale positivo di 6,8 miliardi di euro. Il contesto produttivo registra però una correzione: l’indice della fabbricazione di parti e accessori segna -20,5% e quello del fatturato -14,4% sul 2024.
Guardando alla propensione all’export delle 2.090 imprese analizzate, il 33,4% vende quasi esclusivamente all’estero (oltre il 75% del fatturato), il 25,2% è tra i grandi esportatori (51–75%), il 24,5% tra i medi (25–50%) e il 16,9% tra i piccoli (meno del 25%). Spiccano i sistemisti e i modulisti: oltre il 54,5% rientra tra gli esportatori quasi totali.
Sul fronte degli investimenti, nel triennio 2022–2024 le aree più attrattive sono state Europa dell’Est (39%), Sud Est Asiatico (37%) e altri Paesi europei (29%). Nel periodo 2025–2027 il baricentro si sposta ulteriormente verso il Sud Est Asiatico (39%), seguito da Medio Oriente e Africa (36%) e America del Nord (34%), mentre l’interesse per l’Europa dell’Est rallenta. Una mappa che delinea la volontà di presidiare mercati emergenti e consolidare la presenza nelle aree più dinamiche, facendo leva su innovazione, qualità e sostenibilità.